Le attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli in quantità giornaliere non superiori a 3 m steri per ettaro dei materiali vegetali, di cui all’art. 185, comma 1, lettera f), del D.Lgs. n. 152 del 2006, effettuate nel luogo di produzione non possono essere sanzionate penalmente, ai sensi degli articoli 256 e 256-bis dello stesso decreto, neanche quando essi siano effettuate nei periodi di rischio per gli incendi boschivi indicati dalle Regioni. Tali condotte possono, semmai, essere sanzionate in via amministrativa.

E’ quanto ha deciso la Cassazione, Sezione Penale, con la Sentenza n. 76 del 7 gennaio 2015, pronunciandosi sulla bruciatura a terra di piccole quantità di scarti vegetali nel luogo di produzione.
In virtù delle novità introdotte dall’art. 14, comma 8, lett. b), della L. n. 116/2014, di conversione del D.L. n. 91/2014, che ha aggiunto il comma 6-bis all’art. 182 del D.Lgs. n. 152/2006. “Le attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro dei materiali vegetali di cui all’articolo 185, comma 1, lettera f), effettuate nel luogo di produzione, costituiscono normali pratiche agricole consentite per il reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti, e non attività di gestione dei rifiuti.
Nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle regioni, la combustione di residui vegetali agricoli e forestali è sempre vietata. I comuni e le altre amministrazioni competenti in materia ambientale hanno la facoltà di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale in questione all’aperto in tutti i casi in cui sussistono condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli e in tutti i casi in cui da tale attività possano derivare rischi per la pubblica e privata incolumità e per la salute umana, con particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili (PM10)”.
Non solo, la successiva lett. b-sexies), del citato art. 14, comma 8, della L. n. 116/2014, di conversione del D.L. n. 91/2014, ha aggiunto, al comma 6 all’articolo 256-bis del D.Lgs. n. 1523/2006, un secondo periodo, a norma del quale, fermo restando quanto previsto dall’art. 182, comma 6-bis, “le disposizioni del presente articolo non si applicano all’abbruciamento di materiale agricolo o forestale naturale, anche derivato da verde pubblico o privato”. Pertanto le sanzioni penali per la combustione illecita di rifiuti non si applicano all’abbruciamento di materiale agricolo forestale naturale, anche derivato dal verde pubblico o privato.
Secondo la Corte di Cassazione può dunque desumersi in via interpretativa che gli scarti vegetali sono esclusi dal novero dei rifiuti e che ad essi non sono di conseguenza applicabili né l’art. 256-bis (Combustione illecita di rifiuti), né l’art. 256 (Attività di gestione di rifiuti non autorizzata).
Del resto lo stesso articolo 185 del D.Lgs. n. 152/2006 prevede che non rientrano nel campo di applicazione della Parte IV del medesimo decreto (artt. 177 – 266, nei quali vengono dettate norme in materia di gestione dei rifiuti), tra l’altro, “la paglia, gli sfalci e potature, nonché l’altro materiale agricolo forestale naturale non pericoloso utilizzato in agricoltura, nella silvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa mediante processi e con metodi che non danneggiano l’ambiente ne mettono in pericolo la salute umana” (art. 185, comma 1, comma 1, lett. f).